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Scienza e politica: 1.15 May 2011 15:16

Uno dei punti su cui si è concentrata la mia attenzione negli ultimi anni è
 stata la questione di cosa la scienza potesse dare alla politica; o in
altri termini è possibile che la politica sia affrontata come una
disciplina scientifica?

Per fare questo occorre avere una teoria del divenire storico ed in
particolare una teoria del periodo storico attuale, ossia del periodo
cosiddetto capitalistico; il capitalismo non è solo caratterizzato dalla
 proprietà privata, che esiste da ben prima ma piuttosto da un ben
preciso meccanismo di valorizzazione del lavoro, basato sulla libera
vendita della forza lavoro, sull’accumulazione da parte di chi compra la
 forza lavoro della differenza fra prodotto del lavoro e costo della
forza lavoro e dalla trasformazione di ogni prodotto umano, in quanto
frutto dell’attività lavorativa cosi’ effettuata, di ogni attività umana
 in genere, anche le più sacre, la cultura per esempio o l’affetto o la
religione la salute, l’acqua che so, in un prodotto vendibile, una
merce. Quindi una predominanza delle merci nell’orizzonte degli oggetti
che usiamo. Alcune merci, come la forza lavoro e alcune entità come
l’equivalente generale delle merci, la merce di scambio, il denaro
assumono un ruolo preponderante; i gruppi sociali che vendono la forza
lavoro e quelli che la comprano, soprattutto, si caratterizzano come i
gruppi socialmente predominanti nell’inevitabile scontro che
caratterizza la politica.

Sulla base di questo modello del capitalismo cosa si può
scientificamente dire del suo futuro? Il meccanismo di valorizzazione è
considerato come infinito; in altre parole formalmente non esistono
limiti alla valorizzazione stessa in quanto i compratori di forza lavoro
 da una parte sono interessati ad una libera vendita, quindi al fatto
che esistano forze lavoro in grande quantità, una umanità numericamente
molto numerosa, disponibile, libera di vendersi, quindi un regime
politico che è la moderna democrazia, in cui tutti sono liberi di
vendere e comprare prima di tutto; dall’altra per fare ciò favoriscono
lo sviluppo tecnico scientifico al massimo grado, questo sviluppo
tuttavia trova un limite nelle dimensioni limitate della terra, delle
risorse materiali che la terra può offrire; i limiti del pianeta sono
stati già raggiunti sia per le risorse non rinnovabili che per quelle
rinnovabili e abbiamo intaccato il nostro patrimonio, almeno a partire
dal 1984.

Quindi la cosa principale che la scienza può dire alla politica è
proprio questa: attenzione il modo attuale di gestire le risorse e il
lavoro non possono continuare cosi’; dobbiamo ridurre il nostro impatto
totale; questo impatto è dato dal prodotto impatto procapite x numero di
 persone; quindi ridurre l’impatto pro capite, la quantità di merci e
d’altro canto anche il numero totale di persone; ciò è esattamente il
contrario di quel che rappresenta la piattaforma di tutte le forze
politiche in campo inclusa la sinistra.

In pratica occorre rinunciare allo “sviluppo” inteso come aumento della
quantità delle merci; rinunciare all’aumento della popolazione totale,
eventualmente consentire delle migrazioni per modificare l’impatto
locale; questi due punti sono proprio il caposaldo delle politiche di
destra e di sinistra; infatti anche la sinistra parla sempre di sviluppo
 come di un modo per aumentare le risorse a disposizione e quindi
favorire la distribuzione di queste ai meno abbienti; ma la cosa non ha
senso prima di tutto perchè permanendo le diseguaglianze sociali più
prodotti significa uguali diseguaglianze, occorrerebbe produrre solo per
 i meno abbienti, ma non avverrà cosi’ mai; in secondo luogo questo
sviluppo è insostenibile, non ci sono abbastanza risorse; la sinistra
specie quella tradizionale predica malissimo e cosi’ anche la parte
dominante dei sindacati.

Un piano di riduzione delle merci implica una riduzione forte della
giornata lavorativa, una tassazione forte dei patrimoni più grandi che
tenda alla loro socializzazione, regole che ne impediscano
l’accumulazione, che per esempio limitino la trasmissibilità dei
patrimoni; questo rimanendo nei limiti del capitalismo e della
democrazia come la conosciamo; ma sono concepibili altre strade. Alcune
proposte di usare parte del tempo di lavoro in modo diverso , non come
merce, ma come attività sociale vera e propria sarebbero utili;
immaginate per esempio di pagare in natura le persone, dedicando ad esse
 non l’equivalente monetario di qualcosa, ma semplicemente il tempo;
sono un insegnante e un’ora al giorno lavoro gratis per educare per
esempio le persone che non hanno istruzione; oppure sono un medico,
faccio un tot di visite gratuite al giorno per quei pazienti che non
hanno un reddito sufficiente; cosa ricevo in cambio? non denaro ma
prestazioni utili: per esempio in quell’ora che lavoro i miei figli sono
 assistiti da una persona che ho curato o a cui ho dato istruzione; non
pretendo di descrivere un sistema ,ma solo di sottolineare un modo di
fare che d’altronde esiste già, come la banca del tempo, ma elevata a
sistema sociale.

Il problema di base è il razionamento dei materiali; non possiamo
tendere ad accrescere ogni anno il nostro consumo di petrolio o il
nostro prodotto di mele o il numero di turisti che possiamo accogliere;
occorre predisporre per ogni territorio un numero massimo di risorse
estraibili che ne preservino la vita e l’esistenza per i posteri e
attenersi esclusivamente a tale prelievo; prelievo prestimato e
verificato; alcune figure sociali dovrebbero cambiare completamente; i
politici diventano amministratori e basta; ciascuno di noi svolge un
certo tempo come “amministratore” e viene ripagato solo in natura in
quella mansione, non in soldi.

In conclusione la scienza dice alla politica: nella tua forma attuale sei inutile.

Esistono precedenti ed assonanze per questo tipo di approccio anche se
coprono cose diverse ed aspetti diversi; da una parte Technocracy e
Thorstein Veblen negli USA del post recessione degli anni 30; ed
ovviamente le idee di Hubbert che fu uno dei sostenitori di Technocracy
per la parte di gestione razionale delle risorse ed amministrativa della
 politica;ma in effettti possiamo mettere in queste radici anche l’idea
di LTG (limits to growth,tradotto in italiano come  I limiti dello
sviluppo) del MIT, non a caso partorita in ambienti tecnoeconomici di
alto livello. In entrambi i casi possiamo immaginare una sorta di
governo dei saggi e degli scienziati.

La moderna teoria della decrescita nelle sue varie declinazioni più o
meno romantiche o più o meno di sinistra anch’essa può essere
considerata come una discendente di questi approcci; tuttavia è notevole
 che in tutti questi casi perfino in quello più moderno e di sinistra
recentemente presentato in rete da Badiale e Bontempelli

http://www.sinistrainrete.info/marxismo/801-marx-e-la-decrescita-per-un-buon-uso-del-pensiero-di-marx

si riesca a buttare a mare uno dei contenuti base di Marx; ossia la
teoria della lotta di classe; secondo questo approccio la storia è
frutto dello scontro di classi diverse per la spartizione del prodotto
sociale; questo sarebbe avvenuto da quanto tale prodotto ha superato
significativamente il minimo vitale complessivo permettendo ad alcuni di
 vivere senza produrre da se stessi il proprio sostentamento ed è stato
favorito dallo sviluppo della divisione del lavoro, della
specializzazione; secondo Marx proprio il fatto che il capitalismo porti
 all’eccesso tale divisione del lavoro, che la porti al livello tale che
 le macchine possono sostituire l’uomo in tutti i suoi ruoli consente
alla fine di superare la divisione medesima o almeno di porre le basi di
 tale superamento. Nel famoso brano delle macchine dei grundrisse, gli
appunti di Marx in cui aveva steso le proprie idee poi sviluppate
pienamente nell’incompiuto Capitale, Marx parla dell’individuo sociale
come sostegno dello sviluppo della ricchezza piuttosto che il tempo di
lavoro effettivo, il general intellect, l’individuo sociale come base
materiale nuova e più potente sviluppatasi “nel fratttempo”: si tratta
ovviamente della scienza e dell’organizzazione applicate alla
produzione. Questo è il legame profondo fra scienza e politica oggi,
legame che dobbiamo pienamente svelare, che possiamo solo noi, 150 anni
dopo Marx pienamente svelare. Questo è anche la base di ogni meccanismo
che seppur confusamente pone la scienza “contro”, la trasforma da amico
in avversario, che giustifica o comunque permette di capire quanta
ribellione al capitalismo ci sia nel rifiuto della scienza, rifiutare la
 scienza come rifiuto di ciò che seppur confusamente viene individuato
come lo strumento più potente del meccanismo produttivo che ci sovrasta e
 ci opprime.

Lo
 sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale grado il sapere sociale
 generale, knowledge, è diventato forza produttiva immediata, e quindi
le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate
sotto il controllo del general intellect, e rimodellate in conformità ad
 esso; fino a quale grado le forze produttive sociali sono prodotte, non
 solo nella forma del sapere, ma come organi immediati della prassi
sociale, del processo di vita reale. (Karl Marx, Lineamenti
fondamentali della critica dell’economia politica, vol. 2, trad. it.
Enzo Grillo, La Nuova Itala editrice, 1970, p. 403).

Il discorso è lungo l’ho solo sfiorato, ma mi urge commentare queste cose da forse trent’anni. Continuero’ al più presto.

 

estratto dalla precedente versione del blog su splinder ora non più attivo

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