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La deriva comunista del mio amico UB.9 October 2011 17:13

Dal mio punto di vista UB è una forza della natura; un intellettuale a
tutto tondo; potrò a volte scazzarmi con lui, ma mi devo inchinare alla
sua intelligenza e capacità;  dato che sono anni che seguo ASPO e ne
condivido il dibattito interno, pur non essendo un socio fondatore, non
ho potuto fare a meno di osservare una qual certa “deriva comunista” che
 forse UB non ammetterà, ma che è a mio parere inevitabile, a partire
dalle prime timide ammissioni sui limiti del mercato; si tratta per me
di una sorta di punto di arrivo oggettivo per tutti coloro che in piena
sincerità guardano la situazione mondiale e la sua evoluzione; non sto
riferendomi con queste due parole all’idea tradizionale di comunismo,
legato alle esperienze dei paesi dell’est europeo e della Cina, ma
piuttosto al comunismo della prima ora;

“Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose
presente.” , come dissero i due filosofi marxisti ne L’ideologia
tedesca.

Nell’ultimo post su Cassandra *,

________________________________________________________________________________________-

*(http://ugobardi.blogspot.com/2011/10/il-perche-di-tanto-spreco.html)
 si tratta di un testo scritto da Antonio Turiel e ospitato da UB; ma
ritengo che se si ospita un testo ovviamente  se ne condividono i temi
dominanti

_________________________________________________________________________________________

UB coglie l’essenza dell’evoluzione del capitalismo, che è poi la
crescita infinita, la sovrapproduzione costante, il “progresso”, che non
 è stato sempre il trend dominante della vita sociale umana. Anzi; per
secoli lo sviluppo o il progresso sono stati nemici: il progresso era
nemico delle gerarchie consolidate al tempo dello schiavismo, della
servitù della gleba, della Chiesa dominante, delle società asiatiche
immobili.

E’ stato il capitalismo moderno ad associare: progresso, eguaglianza,
sviluppo, mercato in un tutto inscindibile e legato da feedback
contraddittori, e che per questo troverà un proprio “picco”, anzi
probabilmente lo ha già passato.

Il tratto distintivo del capitalismo è la produzione di merci, il fatto
che TUTTO, ma proprio tutto diventa una merce, a cominciare ovviamente
dal lavoro umano.”La
 ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione
capitalistico si presenta come una “immane raccolta di merci””è la frase iniziale del Capitale di Marx.

Se ci riflettete nel passato lo scambio commerciale era una parte e
nemmeno tanto importante del flusso di beni che attraversava la società
umana; c’erano rapporti che passavano attraverso l’autoconsumo, la
schiavitù o la servitù, attraverso il rapporto di sottomissione diretto
con alcune persone, ma la merce come tale aveva sempre svolto una parte
minore sul totale e soprattutto l’aveva svolta attraverso equivalenti
generali, cioè denaro moneta, che non aveva un ruolo paragonabile ad
oggi; oggi perfino il denaro è diventato merce ed anzi è la sua
compravendita l’affare principale.

Il capitalismo inteso in questo senso, come la produzione totalmente
dominante di merci compreso il suo equivalente generale non è un
carattere costante della storia umana, ma al contrario è il tratto
distintivo di questa parte ultima della storia, degli ultimi 250 anni al
 massimo, con propaggini locali che risalgono a poco prima. Facevano
commercio i Romani e i Greci, ma non erano capitalisti o non lo erano i
papi e l’impero o i grandi stati nazionali del 5-600. In un mondo
essenzialmente agricolo, le merci non erano la forma dominante dei beni
di uso.

Cosa hanno di specifico le merci? Le merci vengono scambiate attraverso
equivalenze: altri oggetti o lavoro o equivalente generale; il lavoro
servile o i prodotti della terra venivano dati dal contadino al nobile
non attraverso equivalenze, non c’era una regola mercantile che ne
fissava la spartizione; perfino la decima, decantata dal Deuteronomio, e
 che è una regola tutto sommato comune, ancora oggi in qualche forma
esistente presso alcuni popoli, non è una regola o un meccanismo di tipo
 commerciale, non è basata su uno scambio di equivalenti.

L’equivalenza, la eguaglianza fra le merci impone tanto nella nostra
cultura, fino ad arrivare alla base dell’uguaglianza politica;
eguaglianza commerciale nello scambio e eguaglianza politica nella
democrazia borghese, anche se vi potrà sembrare assurdo, sono due facce
della medesima cultura, la cultura del mercato capitalistico. Certo
l’eguaglianza, basata sull’equivalente generale, sul denaro che è mezzo
esistente in forma moderna fin dai romani esiste da prima, ma
rifletteteci, l’eguaglianza politica è in fondo solo la forma finale del
 rapporto fra persone originato dallo scambio di merci di egual valore.

Ma solo quando lo scambio di eguali, il mercato, la merce diventano la
forma predominante di produzione e consumo, solo allora la eguaglianza
delle persone diventa lo strumento politico di massa.

Mercato e democrazia sono legati in modo indissolubile; non fatevi
ingannare dalla democrazia greca; quella era rivolta ad un decimo si e
no della popolazione di una polis; il resto delle persone non aveva
diritti o era schiavo. Nel nostro caso la democrazia è pervasiva, noi
siamo uguali anche quando siamo diversi, siamo diversissimi, ma almeno
formalmente eguali, siamo eguali anche se non vogliamo, veniamo
“ridotti” all’eguaglianza, fra l’altro consumiamo tutti le stesse cose.

Ma come si collega la merce come tratto dominante con lo sviluppo
infinito; o meglio perchè la merce “dominante”, la merce totalitaria  
equivale allo sviluppo infinito? Che legame c’è in effetti fra
l’evoluzione del capitalismo e la sua essenza mercantile?

Il capitalismo è anche caratterizzato dal fatto che è privata non
genericamente la proprietà di una cosa, ma di un particolare tipo di
cose, di beni, di valori di uso, quelli che servono alla produzione e
riproduzione della vita materiale; se io ho la proprietà privata della
mia casa o di un libro o di un vestito, non sono per questo un
capitalista; potremmo chiamare come fa Bordiga questo tipo di proprietà proprietà personale, mentre la proprietà privata
 cui si riferivano Marx ed Engles era la proprietà privata dei mezzi di
produzione: la terra, le industrie, le banche; solo se posseggo queste
cose sono un capitalista.

La nascita del capitalismo coincide storicamente proprio con uno
specifico evento, con la “liberazione” dei lavoratori, dei servi della
gleba o degli schiavi dalla proprietà comune, i commons; il lavoratore
diventa libero, non possiede nulla, ne è posseduto da altri, essendo
eguale; è libero ed eguale agli altri; ma se non possiede ricchezza
accumulata precedentemente deve vendere la sua capacità di lavorare, e
qui si manifesta un fenomeno inaspettato, che è l’effetto delle
proprietà di una specifica merce, la forza lavoro, che come tale è
l’unica che il nuovo uomo libero può vendere.

Infatti nello scambio anch’esso eguale fra forza lavoro e salario, e
basandosi già in partenza, ma poi sempre più sulla accresciuta
efficienza tecnica della produzione, il prodotto del lavoro, prodotto
che diventerà merce a sua volta, ha un valore maggiore di quello del
tempo di lavoro necessario a riprodurlo, della forza lavoro acquistata;
questo badate è il frutto già maturo del progresso tecnico; è il
progresso tecnico sia pur lento ed elementare  che consente alla forza
lavoro di valere meno del lavoro che essa produce;in altri termini un
plusprodotto sociale che è esistito sempre nel periodo della storia
scritta, anzi che ne è stato all’origine, ma veniva appropriato NON
attraverso il mercato, (perchè il mercato è uno scambio di equivalenti)
ma attraverso il rapporto delle persone (la schiavitù, la servitù, la
divisione aristocratica,) ora viene acquisito attraverso lo scambio. E’
un fenomeno nuovo nella storia dell’umanità.

Abbiamo uno scambio di merci, quindi di cose equivalenti, che però
determina una accumulazione, senza passare attraverso rapporti personali
 o di sudditanza o di schiavitù; è una forma ultimale di rapporto di
sfruttamento.

L’accumulazione è quindi parte integrante ed effetto specifico della
vendita di forza lavoro e diviene immediatamente il tratto distintivo
del capitalismo; prima non si poteva accumulare se non attraverso la
rapina, l’imposizione diretta, la schiavitù, il dominio, che comportava
però anche degli obblighi (devi mantenere gli schiavi o procurartene
degli altri, nessuno viene spontaneamente a farsi schiavo da te oppure
devi fare la guerra per impadronirti di territori e popoli); invece qui
hai un rapporto fra eguali, che spontaneamente ti dona accumulazione e
soprattutto sono proprio quei liberi ed uguali che vengono da te a
vendersi la loro forza lavoro; fuggono dai loro paesi e emigrano verso
condizioni di vita più decenti, di maggiore tecnologia e libertà,
procurandoti spontaneamente schiavi salariati; non devi nemmeno andare a
 rapirli nelle loro terre: è un sistema incredibilmente vantaggioso
rispetto a quello vecchio di andare a conquistare le terre o rapire le
persone!

Allora ecco che il capitalismo contiene questi caratteri distintivi:

1) tutto il prodotto sociale è fatto di merci, anche la forza lavoro
umana e l’equivalente generale (il denaro) sono anch’essi merci,

2) tutto il globo è sottomesso a questo processo di mercificazione, si ha un mercato mondiale delle merci:

3) la crescita è parte del suo essere più profondo, dello scambio  
sostanzialmente ineguale fra salario e prodotto del lavoro, sotto le
mentite spoglie di forza lavoro e salario, che sono invece equivalenti.

in conclusione, mercificazione, mercato mondiale ed accumulazione sono i tratti distintivi del capitalismo moderno;

Non può darsi capitalismo senza accumulazione, in quanto se una forma di
 capitalismo non accumulasse sarebbe soppiantata da una che accumula di
più, fosse solo per effetto delle accresciute dimensioni di chi
accumula. Fra l’altro questo è il motivo dello sviluppo enorme della
malavita che usa il vecchio metodo della rapina ormai rifiutato
dall’onnipresente mercato democratico e supertecnologico: ma quello
malavitoso rimane, in periodi di crisi, il modo più veloce e efficiente
di accumulazione capitalistica e non escludo che possa prenderne la
testa. un futuro dominato da multinazionali di malavitosi è
perfettamente concepibile ed è già realtà in certi paesi e in certe zone
 anche del nostro paese.

Torniamo allora al punto di partenza; è inevitabile che chi si pone in
modo sincero rispetto al problema si renda conto di quello di cui si
rende conto UB: il capitalismo non può che crescere se no nega la
propria natura; il mercato capitalistico, la forma moderna del mercato è
 intrinsecamente quindi insostenibile, non c’è un mercato mondiale
sostenibile mentre perdura la produzione in forma capitalistica.
Ovviamente non sto qua a ripetere i motivi legati alle dimensioni finite
 del pianeta, ai limiti delle risorse, questi sono dati di fatto per me e
 per voi (questo post è rivolto essenzialmente agli amici di ASPO).

Ma cosa ci si può aspettare nella transizione?

E qui veniamo ai nodi storici tradizionali della politica marxista: Marx
 individua nella classe moderna dei produttori “liberi” l’ultima classe
di sfruttati; i proletari come rivoluzionari; ma questa rivoluzione
sempre invocata non riesce ad attuarsi; e come mai?

Cosa è successo nei casi precedenti? Gli sfruttati sono mai riusciti a
ribellarsi ai loro sfruttatori ed instaurare una società diversa? Gli
schiavi? i contadini? certo ci hanno provato e ripetutamente, la rivolta
 di Spartaco o la guerra dei contadini o le rivolte dei servi della
gleba sono eventi conosciuti, ma in nessun caso la rivolta è stata
vinta; i nuovi dominatori non sono mai stati i vecchi sfruttati; e
questo è un dato di fatto.

La caduta dei grandi imperi del passato non ha visto la vittoria di una
repubblica di schiavi, ma delle nuove classi, dei nobili e dei preti, la
 sconfitta del feudalesimo, del vecchio ordine non è stata a vantaggio
dei contadini, ma dei borghesi; insomma possono gli sfruttati odierni i
proletari fare una fine diversa? E chi potrebbe essere il nuovo
vincitore in un mondo in cui sembrano solo due i contendenti, dato che i
 piccoli produttori autonomi di ogni tipo sono oggi un numero risibile a
 livello planetario? le classi medie  cosiddette, gli intellettuali
delle società passate sono oggi in gran parte dipendenti.

Insomma il vecchio mondo pesa con i suoi esiti su di noi; le rivolte
storiche, la Comune di Parigi o la rivoluzione bolscevica non hanno
lasciate che esiti di sconfitta; eppure oramai i limiti del capitalismo
come modo di produzione sono manifesti; uno sviluppo continuo, una
accumulazione continua non possono durare ancora a lungo in un mondo
finito e i sogni di fuga nello spazio verso nuovi mondi da colonizzare
non si sono ancora realizzati anzi non sono nemmeno in vista ad essere
sinceri. Sembra siamo giunti ad un muro vero e proprio: da una parte gli
 sfruttati e gli oppressi non sembrano in grado di vincere e instaurare
un nuovo tipo di società , dall’altra il vecchio ordine è ormai agli
sgoccioli perchè non può continuare a crescere come prima. Quale futuro
ci attende?

“Uomini liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi, oppressori
ed oppressi, in opposizione costante, condussero una guerra, ora aperta,
 ora dissimulata; una guerra che sempre finì con una trasformazione
rivoluzionaria dell’intera società, o con la distruzione delle due
classi in lotta” dal Manifesto di Marx

“o con la distruzione delle due classi in lotta”: Sulla base di quel che
 vediamo adesso potremmo ipotizzare che la più probabile conclusione è
il modello “olduvai”che Marx riassume in queste due parole del
Manifesto, collasso senza ritorno, un po’ la stessa conclusione del
paradosso di Fermi.

Si potrebbe insomma concludere che in fondo l’intelligenza è un vicolo
cieco, un fallimento nel percorso evolutivo.Povero Hegel! lui che
pensava al pensiero che pensa se stesso, all’uomo pensante come momento
sommo della Natura, e invece è solo un vicolo cieco dell’evoluzione: che
 fregatura!

Ci sono alternative possibili? Nell’ordine:

– nuove scoperte che sconvolgano veramente il panorama tecnologico, per
esempio una fonte di energia tale da poter esplorare e colonizzare lo
spazio, almeno quello del sistema solare; al momento non sembrano
possibili, ma è una opzione; colonizzare lo spazio risolverebbe almeno
al momento i problemi di sovrappopolazione e di limiti delle risorse,
non sarebbe per sempre comunque; e probabilmente darebbe respiro alla
visione attualmente dominante, con l’obiettivo finale: la sfera di
Dyson, ma una sfera di Dyson è sostenibile?


 una riorganizzazione profonda della società, con l’abolizione del
mercato mondiale attuale, l’interruzione della produzione di merci e la
produzione svolta secondo un piano di consumi razionale che siano quindi
 beni di uso non merci; una forte riduzione della giornata lavorativa è
un corollario di questa opzione; ma è concepibile una cosa del genere
senza una resistenza feroce della classe dominante attuale, i circa
10-100 milioni di ricchi del mondo e senza un cambiamento di mentalità
dei miliardi di persone (almeno 2-3) dei paesi più sviluppati? Cosa può
generare un tale sconvolgimento se non una crisi profonda della società?
 Una guerra, una crisi energetica o alimentare? Tuttavia il rischio è
che poi DOPO le cose siano talmente cambiate da rendere impossibile la
soluzione razionale.

infine è da notare che al momento manca una forte organizzazione
politica che si batta in questa direzione, Marx e Lenin avrebbero detto
un “partito” con questi obiettivi politici; e d’altronde i partiti sono
espressione di una classe o un gruppo di interesse; quale è oggi la
classe o il gruppo di interesse che abbia come scopo il cambiamento di
paradigma produttivo? Teoricamente tutti, ma nella pratica le cose
stanno diversamente; perchè? le persone, di qualunque classe, non
imparano dai libri, ma dall’esperienza pratica e solo una esperienza
pratica sconvolgente può cambiare idee cosi’ radicate, come quelle del
progresso infinito. e la stessa esperienza deve poi essere distillata
dall’esperienza e dalla cultura più avanzata prodotta dall’umanità.

I partiti della sinistra ufficiale non contano; per loro ci vuole lo
sviluppo per poter redistribuire le risorse; la cosa non ha più senso
oggi: non potremo più crescere come prima e quindi non c’è nulla da
redistribuire in questo senso, nessuna briciola; occorre REDIVIDERE ORA!

Conclusione: secondo me è inevitabile che ci si avvii ad una crisi
profonda e si può solo sperare di riuscire ad operare costruendo una
organizzazione socio-politica, non solo un “partito” politico, ma una
vera e propria prefigurazione della società, una sorta di Transition
Organization militante che dia contemporaneamente esempio e forza ad una
 lotta sociale che è inevitabile; solo una cosa del genere può evitare
che una crisi sia irreversibile. Idealmente direi che una sorta di mix
ideale fra organizzazioni come ASPO o Climalteranti che hanno le
conoscenze e le competenze, ma anche qualcosa che sia come Transition
Town o Bilanci di Giustizia, fatta di gente disposta a mettere
concretamente in discussione il proprio stile di vita; non solo una
organizzazione politica, ma una vera e propria prestruttura sociale, un
esempio di modo di vivere alternativo, che si sforzi di costruire nuovi
modi di vivere e produrre: volontariato e dono invece di obbligo e
merce, strutture resilienti sia rispetto all’inevitabile scontro
violento contro uno Stato che al momento è in mano ai pochi ricchi del
Pianeta, sia rispetto ad una crisi globale che è la sola che può mettere
 in ginocchio gli Stati. In questa prospettiva la cosa più terribile
sarebbe una guerra atomica perchè distruggerebbe l’ambiente naturale.

Quale piano credibile può avere una tale organizzazione? Come si fa a
convincere chi oggi consuma e spreca a ridurre i livelli di consumo? un
processo del genere può avvenire solo modificando mano a mano i
meccanismi della proprietà privata: per esempio abolendo la proprietà
privata di alcuni mezzi produttivi: la terra prima di tutto, cosa già
fatta in alcuni paesi e proposta già anche nel nostro paese (la legge
Sullo ve la ricordate? Sullo era un DC di sinistra), la terra può solo
essere concessa in uso per un certo tempo e poi deve tornare alla
società riusabile come prima; le banche devono essere statalizzate, il
mercato della borsa chiuso; devono essere proibiti i meccanismi legati
ai moderni affari di compravendita del denaro e in genere tutti i
processi di arricchimento virtuale. Deve esere abolita la proprietà
intellettuale: i brevetti, i segreti industriali; questa è la
precondizione per favorire la crescita dei poveri verso uno stato
migliore; devono essere abolite le spese militari SUBITO; le proprietà
delle chiese devono essere donate ai poveri. Ci sono molte altre cose,
ma verranno in mente anche a voi.

E’ possibile una cosa del genere? Al momento non lo so, posso solo
sperarlo; si può cercare di modellare queste cose, compreso il ruolo di
una organizzazione come quella che proponevo, ma anche questo è un
compito ancora da svolgere.

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